42 linee di codice in fila per 3 senza resto

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Stando in equilibrio precario su una fitball, un birra in una mano e il portatile nell’altra, vedo arrivare commenti dei colleghi su del codice che ho scritto il giorno prima; mi rendo conto di ricordare di averne scritto sì e no la metà. L’altra metà l’ha scritta probabilmente il mio subconscio e le mie dita l’hanno riversata sul computer mentre pensavo ad altro.
La mia mente cerca domande a cui rispondere, tipo a cosa possa servire tutto quel codice che ho scritto. Ma nonostante gli sforzi mi sovvengono soltanto risposte; ad esempio: 42 linee di codice in fila per 3 senza resto, è una bella risposta.

Le sei regole del flight club

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Viaggiando con altre persone, ci si rende conto che certe abitudini non sono così ovvie.
Ci si rende conto invece che certe abitudini di viaggio, assimilate magari quando si viaggiava con i boy scout, non sono così scontate per persone più civilizzate.
Quando seguo il mio istinto, finisco per seguire certe regole di viaggio (specie se viaggio in aereo, viste gli spazi ristretti disponibili per portare rifornimenti personali e la qualità del catering) senza neanche rendermene conto.

  • La prima regola del flight club, è che non si parla del flight club quando si viaggia, ogni fonte di calorie è una buona fonte di calorie.
  • La seconda regola del flight club, è che quando si viaggia, ogni fonte di calorie è una fonte di calorie essenziale per la sopravvivenza.
  • La terza regola del flight club, è che quando si viaggia, ogni fonte di caffeina è una buona fonte di caffeina.
  • La quarta regola del flight club, è che quando si viaggia, ogni fonte di caffeina è una fonte di caffeina essenziale per la sopravvivenza.
  • La quinta del regola del flight club, è che il caffè zuccherato è l’unica eccezione a tutte le regole precedenti e le conferma, in quanto eccezione.

La sesta regola del flight club si applicava generalmente verso la fine della vita scoutistica e diceva che ogni fonte di alcol, è anche una fonte di calorie. Ma il repentino e precoce invecchiamento dovuto all’essere diventato un padre di famiglia, fa sì che non applichi più questa regola frequentemente.

ex-Ninja vs ex-Jedi

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Leaving for the dark side of coding: they have cookiesLavoravo come jedi – cioè non ufficialmente, ma noi ci chiamavano così, perché sì, che mi sembra un ottimo motivo. O se preferite perché suonava bene, che è un motivo altrettanto valido a mio avviso. O ancora perché quando si doveva definire il campo descrizione di un nuovo database avevamo una montagna di citazioni da utilizzare.
Avevo anche un padawan, che poi si è guadagnato sul campo la promozione ed è ora un jedi.
Poi ho fatto un colloquio per un altro lavoro, dove ho incontrato un ninja, o almeno così diceva la sua felpa. Non vedevo l’ora di iniziare, abbandonare l’ordine dei jedi per unirmi alla confraternita dei ninja, per imparare nuove tecniche e diventare sempre più letale e spietato.
Poi ho scoperto che non sono più ninja – lo erano, ma poi si sono sciolti e dei tempi andati è rimasta solo la felpa.
Così ora che non sono più un jedi, lavoro con gente che non è più un ninja e insieme non facciamo né cose da jedi né cose da ninja, ma semplicemente cose, così. Cose molto interessanti, ma non cose da jedi né cose da ninja; cose, semplicemente.

Scie di follia

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Ho lasciato la Germania, dopo 3 anni abbondanti. Non é più la stessa. Temo di averli contaminati con un germe di follia.

Alla stazione di servizio, rifornita l’automobile di benzina, entro per pagare.

commesso farneticante: ti serve altro?
io: eh?
cf: devi comprare questo e quest’altro e quell’altro (parole tedesche a caso) oppure é tutto?
io: non ti ho ancora chiesto niente, se vuoi però me ne vado
cf: ma devi pagare (borbotta in tedesco) o la benzina?
io: la benzina…
cf: ahhh (catarsi): sono 15€
io: sicuro? é la pompa numero 5
cf: ahhh (ri-catarsi): sono 65€

Pago in fretta e mi allontano ancora più rapidamente. Parcheggio di fronte al comune per dis-iscrivermi dall’anagrafe, entro e trovo i bambini della scuola elementare che fanno uno spettacolo alle impiegate.
Mi avvicino, aspetto, mi avvicino ancora, aspetto ancora. Dopo 10 minuti di danza i bimbi si mettono a sedere, faccio per avvicinarmi allo sportello, quando ricominciano a cantare sbattendo i piedi per terra.

Mi giro e scappo. Salgo in macchina e guido fino al confine con la Svizzera. Entro in comune e mi registro all’anagrafe.

Dietro di me all’orizzonte si alza il fumo dalle macerie della sanità mentale dei tedeschi.
Spero che gli svizzeri siano piú resistenti alle mie contaminazioni.

Messaggi subliminali invernali

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Dopo una settimana che nevica, forse dovrei capire che c’è qualcosa sotto.
A volte sembra che il mondo congiuri per dirti qualcosa – tutto è come un grande concerto, convergente verso un’unica semplice comunicazione, diretta proprio a te.
Quel -6°C che continua a lampeggiare nel cruscotto dell’automobile, giorno dopo giorno, mentre guido verso l’ufficio.
Non sempre è semplice interpretare il messaggio; spesso non è neanche facile rendersi conto che c’è un messaggio nascosto in tutto ciò, finché non capita qualcosa che fa scattare una scintilla.
Quando mio figlio mi sbrodola allegramente il latte sulla felpa, nel tentativo di fare una pernacchia subito dopo mangiato, rendendo la suddetta felpa — l’ultima pulita — una massa fradicia e biancastra, finalmente connetto i vari indizi e realizzo che effettivamente c’è un messaggio recondito in tutto ciò.
Forse è ora di tirare fuori dall’armadio i maglioni di lana.

Scambio accento americano per accento italiano, anche usato

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Mi presento in ospedale e spiego il mio problema al banco informazioni – dopo aver chiesto se posso parlare in inglese:

impiegato tedesco 1: vai pure direttamente al piano di sopra, in reparto; faranno loro direttamente tutti i documenti
io: uhm, ma non dovrei passare dall’accettazione?
it1: no, vai pure…
io: … (espressione internazionale altamente dubbiosa)
it1: ma… sei un soldato americano, vero?
io: no, sono un civile italiano
it1: ah, scusa: allora l’ufficio accettazione è in quella direzione

La seconda impiegata mi dà direttamente un modulo in inglese (a questo punto dovrei iniziare già a sospettare):

it2: puoi compilare questo, per favore
io: sì certo, ma non capisco cosa vuol dire questa voce qui, compagnia
it2: scrivi il numero della tua compagnia nell’esercito
io: quale esercito? c’è una guerra e nessuno mi ha detto nulla?
it2: ah, non sei un soldato americano?
io: ancora? ma sembro credibile come marine? basso, gracile, pallido, barba incolta…
it2: scusa, allora compila quest’altro modulo in tedesco.

Dopo un po’, arriva un’altra impiegata e mi chiede di mettere il mio nome in una tabella insieme ad alcuni dati personali:

io: ehm, sono già bloccato alla seconda colonna (e la prima era il nome), cosa vuol dire SSN?
it3: ma il social security number, ovviamente!
io: ah, e dove lo trovo il mio SSN?
it3: non hai il SSN?
io: dovrei?
it3: ma non sei un soldato americano?
io: di nuovo? guardami meglio: basso, gracile, barba incolta, stessa attitudine a sparare che un criceto a fare il giro d’Italia correndo nella sua ruota. E soprattutto perché mai ti starei sventolando davanti la tessera di un’assicurazione sanitaria tedesca?
it3: ah, scusa, la tessera dell’assicurazione sanitaria va benissimo

Cosa mi sta succedendo, mi chiedo? Improvvisamente sembro alto, muscoloso, incazzato e soprattutto ho iniziato a parlare con accento americano? Ridatemi l’inglese masticato con quell’inconfondibile accento italiano, che ti qualifica immediatamente in tutto il mondo come mafia, pizza e mandolino!

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